Scadenza finale per chi non ha presentato la dichiarazione dei redditi 2025

Il calendario fiscale offre un’ultima finestra temporale a chi non ha trasmesso il modello REDDITI 2025: c’è tempo fino al 29 gennaio 2026 per rimediare all’omissione pagando una sanzione contenuta. Superata questa data, le conseguenze diventano decisamente più pesanti. La possibilità di regolarizzare deriva da una specifica previsione del decreto legislativo 472/97, che permette di ridurre drasticamente le penalità quando si interviene tempestivamente. Ma perché proprio il 29 gennaio? La risposta sta nel meccanismo dei 90 giorni.

Il calcolo della scadenza: da dove partono i 90 giorni

Il modello REDDITI 2025, relativo ai redditi conseguiti nel 2024, doveva essere trasmesso entro il 31 ottobre 2025. Da questa data decorrono i famosi 90 giorni entro cui è ancora possibile presentare la dichiarazione beneficiando del ravvedimento operoso più favorevole. Superati i tre mesi, la dichiarazione viene considerata definitivamente omessa con tutte le conseguenze del caso. Il 29 gennaio rappresenta quindi l’ultimo giorno utile per chi si trova in questa situazione. Oltrepassare questo termine significa esporsi a sanzioni significativamente più elevate e alla possibilità che l’Agenzia delle Entrate proceda autonomamente all’accertamento.

Un vuoto normativo risolto dall’Agenzia delle Entrate

Tecnicamente, il legislatore non ha previsto una sanzione specifica per chi presenta la dichiarazione in ritardo ma dentro i 90 giorni. Il decreto 471/97 disciplina due situazioni distinte: la dichiarazione omessa (con sanzione del 120% delle imposte dovute) e quella tardiva oltre i 90 giorni (con sanzione del 75%). Ma per il periodo intermedio? Nulla. Questa lacuna è stata colmata dall’Agenzia delle Entrate già dal 1999, quando con la circolare n. 23 ha stabilito un’interpretazione che è stata poi confermata nel 2016 con la circolare n. 42. L’approccio adottato equipara la dichiarazione presentata entro i 90 giorni a quella omessa, applicando però la sanzione in misura fissa anziché proporzionale. Il ragionamento parte dal presupposto che, se dalla dichiarazione non emergono imposte da versare (o comunque si è in presenza di determinate condizioni), si applica una sanzione tra 250 e 1.000 euro. L’Agenzia ha esteso questo principio anche alle dichiarazioni presentate nei primi 90 giorni di ritardo, utilizzando come riferimento l’importo minimo di 250 euro.

Come funziona il ravvedimento: sanzione di 25 euro

L’articolo 13 del decreto 472/97 prevede che, quando si rimedia spontaneamente entro 90 giorni, la sanzione si riduce a un decimo. Applicando questa formula alla sanzione minima di 250 euro prevista per l’omessa dichiarazione, si ottiene l’importo di 25 euro. Per versare questa sanzione va utilizzato il modello F24 con il codice tributo 8911. Un aspetto importante riguarda l’anno di riferimento da indicare: contrariamente a quanto si potrebbe pensare, va inserito il 2025, ovvero l’anno in cui è stata commessa la violazione, non quello cui si riferisce la dichiarazione (2024). Questa indicazione, fornita dalla Direzione Regionale dell’Entrate del Veneto già nel 2000 e ribadita successivamente, evita errori che potrebbero complicare la procedura.

Non solo la dichiarazione: anche i versamenti vanno regolarizzati

Presentare la dichiarazione tardiva e pagare i 25 euro di sanzione non basta. Chi si trova in questa situazione deve anche sanare gli eventuali versamenti di imposte non effettuati alle scadenze previste. Questo vale sia per il saldo che per gli acconti che dovevano essere pagati. In teoria, quando si verifica un’omessa dichiarazione, la sanzione più grave assorbe quelle relative ai tardivi pagamenti. Ma nel caso del ravvedimento entro 90 giorni, la circolare 42/2016 richiede espressamente di regolarizzare anche questi versamenti. È il “prezzo” per poter accedere a questo ravvedimento semplificato. La sanzione ordinaria per il tardivo versamento è del 25% (articolo 13 del decreto 471/97), ma con il ravvedimento può essere ridotta a un ottavo, quindi al 3,125%. Se il ritardo riguarda anche il secondo acconto delle imposte sui redditi (quello che andava pagato a novembre), potrebbe applicarsi una sanzione del 12,5% ridotta a un nono, quindi all’1,389%. A queste sanzioni vanno aggiunti gli interessi legali calcolati dal giorno in cui il versamento doveva essere effettuato fino a quello in cui viene materialmente eseguito.

Le sanzioni prima e dopo la riforma

Il sistema sanzionatorio per le violazioni dichiarative ha subito modifiche sostanziali. Dall’1 settembre 2024 sono entrate in vigore nuove disposizioni che hanno semplificato il quadro normativo, eliminando alcune fattispecie e riducendo le sanzioni previste in determinate situazioni.

Situazione Violazioni fino al 31.08.2024 Violazioni dal 01.09.2024
Dichiarazione mai presentata Dal 120% al 240% delle imposte (minimo 250€) 120% delle imposte (minimo 250€)
Dichiarazione omessa senza debiti Da 250€ a 1.000€ Da 250€ a 1.000€
Presentazione entro 90 giorni Da 250€ a 1.000€ Da 250€ a 1.000€
Presentazione oltre 90 giorni Non prevista 75% delle imposte
Presentazione oltre 90 giorni senza debiti Non prevista Da 250€ a 1.000€

La riforma ha eliminato la possibilità di presentare la dichiarazione entro il termine dell’anno successivo beneficiando di sanzioni ridotte (dal 60% al 120%). Questa opzione, che prima esisteva, è stata abrogata. Ora chi presenta dopo i 90 giorni ma prima che scadano i termini di accertamento paga comunque il 75% delle imposte dovute.

Validità per IVA e modello 770

Le stesse regole e gli stessi principi si applicano anche alla dichiarazione IVA e al modello 770. Chi non ha presentato questi adempimenti può ravvedersi con le medesime modalità e gli stessi termini previsti per il modello REDDITI. L’equiparazione è stata confermata dalla circolare 42/2016, che ha chiarito come l’interpretazione adottata per le dichiarazioni dei redditi valga in generale per tutti i modelli dichiarativi.

Cosa succede se si supera il termine

Lasciare passare il 29 gennaio senza agire significa precludersi la strada del ravvedimento operoso più conveniente. Da quel momento in poi, la dichiarazione è considerata definitivamente omessa e si applica la sanzione del 120% delle imposte dovute, con un minimo di 250 euro. Se non ci sono imposte da versare, la sanzione rimane tra 250 e 1.000 euro, ma senza più la possibilità di ridurla a un decimo. Inoltre, l’Agenzia delle Entrate potrebbe notificare un accertamento d’ufficio, con ulteriori aggravi in termini di sanzioni e interessi. Presentare la dichiarazione spontaneamente dopo i 90 giorni ma prima di ricevere comunicazioni dall’Amministrazione finanziaria riduce la sanzione al 75% delle imposte, ma si tratta comunque di un importo significativamente superiore rispetto ai 25 euro del ravvedimento tempestivo. La tempestività diventa quindi fondamentale: cinque giorni lavorativi possono fare la differenza tra una sanzione di poche decine di euro e una che raggiunge percentuali a tre cifre sul debito tributario.

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